I terribili due....esistono davvero?

 

 

Quando la mia bambina era piccolina e qualcuno mi diceva che il figlio era entrato nella fascia dei terribili due mi veniva quasi da ridere, pensavo che era una delle solite dicerie… Adesso che la mia cucciola ha da poco compiuto i due anni mi rendo conto che un fondo di verità c’è. Anzi quella dei “terribili due” è una vera e propria fase evolutiva importantissima. È la fase in cui inizia il distacco dal caregiver, ovvero la persona che si è presa cura di lui e con cui ha stabilito un legame di attaccamento.

Nel periodo tra i 18 mesi e i tre anni il bambino comincia a rendersi conto di essere un individuo separato dalla madre e ad avere desideri propri che possono essere diversi dalla madre. Il bambino comincerà ad essere più “capriccioso”, testardo, a dire spesso di “NO” e ad avere vere e proprie crisi di pianto (anche buttandosi perterra). Questa è una fase evolutiva del tutto normale, non c’è da preoccuparsi, non è una lotta di potere o una sfida che il bambino mette in atto nei confronti del genitore. Il bambino userà molto la parola “NO” semplicemente perché è il suo unico modo per dimostrare la sua differenza dalla mamma e dal papà, per esprimere la sua indipendenza ed il suo desiderio di indipendenza. In questo periodo il bambino comincia ad essere sempre più autonomo anche nei movimenti. Proverà quindi da un lato il desiderio di fare nuove esperienze, l’eccitazione per le nuove possibilità, il desiderio di scoprire e dall'altro avrà paura di non farcela da solo e quindi cercherà il sostegno del genitore, la paura di quello che troverà e inoltre inizierà a provare le prime frustrazione e a sperimentare che non sempre tutto può andare come vorrebbe. Ancora non sa esprimere le sue emozioni, quindi tende ad agirle e se non è compreso mostrerà rabbia ed irritazione. Questa fase è molto importante perché il bambino imparerà a gestire la frustrazione, le emozioni e la rabbia.

 

Alcuni piccoli consigli per i genitori:

 

- NON PONETEVI SULLO STESSO PIANO: Alcuni genitori diventano più rigidi altri invece si comportano in maniera opposta concedendo tutto al bambino. Bisogna trovare una via di mezzo, dare regole chiare da applicare senza discussioni.

 

- LE REGOLE DEVONO ESSERE POCHE E CHIARE: Se a qualsiasi cosa che fa diciamo “No” nostro figlio sarà confuso e non riuscirà a distinguere tra ciò che è veramente vietato e ciò che è meno rilevante. Inoltre se viene bloccato per qualsiasi cosa viene frustrato continuamente e se aderisce alle regole lo fa solo per dare il contentino, ma non introietta la regola oppure manifesterà comportamenti oppositivi.

È quindi importante selezionare solo le cose veramente gravi per le quali mantenere il punto anche se si crea un conflitto. In quei casi va dato un NO secco e deciso. Ovviamente tra queste regole verranno inserite quelle che riguardano la sicurezza ( non toccare le prese elettriche, in auto restare seduto nel seggiolino, non salire sui mobili) e quelle relative agli impegni della giornata (il nido, il bagnetto, la nanna).

 

- FORNIRE DUE ALTERNATIVE: è bene dare delle alternative in modo che il bambino impari a scegliere in modo autonomo, in questo modo si evita di dire sempre di no. es.: “ Vuoi fare il bagno o preferisci la doccia?”

 

- PARLARE DELLE EMOZIONI: Come vi dicevo prima spesso il bambino dice "no" perché non è capace di comunicare delle sensazioni, non sa esprimere a parole le emozioni. Dobbiamo aiutarlo a dare un nome alle emozioni ( rabbia, paura…). Cosi facendo non solo imparerà a conoscerle, ma anche a gestirle meglio. Questo è l’inizio dello sviluppo dell’ “intelligenza emotiva”, essa sta alla base dell’autocontrollo, dell’empatia e dell’attenzione verso gli altri. Inoltre dare un nome alle emozioni ha un effetto rasserenante.

È anche importante spiegare al bambino che i suoi comportamenti possono provocare delle emozioni negli altri.

 

- METTERE UN LIMITE AI COMPORTAMENTI SBAGLIATI:

Una volta dato un nome ad un'emozione e spiegato come essa funziona, il genitore dovrà però mettere un limite a determinati comportamenti. Anche se certe emozioni possono essere comprensibili il bambino deve capire che determinati comportamenti sono inaccettabili.

Non dobbiamo disapprovare il bambino in sé con espressioni del tipo “sei cattivo”, ma vanno disapprovati i comportamenti inadeguati o comunque l’ideale è incoraggiare i comportamenti positivi. È il comportamento ad essere sbagliato non il bambino (questo è fondamentale da capire per lo sviluppo dell’autostima Se il bambino si comporta male è importante anche insegnare a chiedere scusa (se non a paroile, con un abbraccio, una carezza, un bacio…) perché può essere un modo per abbassare la tensione.

Prosocialità e rapporti tra bambini

 

 

Si parla spesso di prosocialità…, ma sappiamo tutti esattamente  cosa è la prosocialità? La prosocialità è un modo di comportarsi, l’atteggiamento il cui fine è aiutare le altre persone senza avere nulla in cambio.

I comportamenti prosociali sono: “Comportamenti volontari volti a recare beneficio agli altri senza la ricerca immediata di una ricompensa” (Batson, 1998; Caprara & Bonino, 2006; Eisenberg & Fabes, 1998; Penner, Dovidio, Piliavin & Schroeder, 2005; Staub, 1978) . L’individuo prosociale è interessato ai diritti, i sentimenti ed il benessere degli altri. L’empatia ( capacità di entrare in sintonia con gli stati d’animo altrui)  è senza dubbio uno degli elementi principali che favoriscono il comportamento prosociale. Sia la prosocialità che l’empatia  dipendono da una buona capacità di autoregolazione. Secondo uno studio della psicologa dello sviluppo Bischof-Köhler (1991) i bambini, fino a tre anni, possono provare empatia solo in base alla semplice visione di un’emozione ( un altro bambino che piange). Successivamente, dai  5 anni, questo non basterà più,  le emozioni dovranno essere contestualizzate (il bambino che piange perché ha perso il suo giocattolo preferito). Per fare in modo che un bambino si comporti empaticamente, quindi, ci sarà bisogno di spiegare l’origine delle emozioni.

Senza dubbio ci saranno bambini più inclini di altri alla prosocialità, ma se vogliamo educarli ad essa dobbiamo sempre tener conto della loro età, del loro sviluppo affettivo, cognitivo e comportamentale.

Quali sono i vantaggi di sviluppare la prosocialità anche nei più piccini?:

- Il comportamento pro sociale permetterebbe di promuovere l’adattamento sociale.

Secondo vari studi i bambini e gli adolescenti prosociali si adattano meglio ai vari contesti  (p.e., Chen, Liu, Rubin, Cen, Gao, & Li, 2002; Dunn, DeaterDeckard, Pickering, O'Connor, & Golding, 1998; Eisenberg, Fabes, & Spinrad, 2006); 

- Il comportamento prosociale diminuisce il  rischio di problemi emotivi e comportamentali sviluppati e mantenuti all’interno di sé ( sindromi di ipercontrollo) e di disturbi esternalizzanti come l’aggressività, problemi di concentrazione, impulsività ed iperattività;

- Il comportamento prosociale contrasta i comportamenti aggressivi e violenti nella transizione in adolescenza ( per esempio  favorire fin da subito un comportamento pro sociale permetterà di contrastare il bullismo).

- il comportamento prosociale migliora la qualità delle relazioni interpersonali.

 

Ma come si può fare in modo che esso si sviluppi fin dalla più tenera età?

- I bambini ci osservano sempre. Osservando come si comportano i genitori e gli altri adulti che si occupano di loro i bambini imparano ad interpretare le proprie ed altrui emozioni e necessità. Questo permetterà di interiorizzare il senso di empatia.

- L’ambiente famigliare in cui il bambino cresce è altrettanto importante. Se il bambino cresce in un ambiente in cui si da importanza alle relazioni, all’ascolto delle necessità degli altri, ai loro sentimenti,  alla fiducia, l’aiuto reciproco sarà un bambino che svilupperà un senso di responsabilità sociale e di prosocialità.

- Crescendo i bambini sviluppano facoltà di percezione/azione nel sistema nervoso e questo permette di stimolare l’empatia.

 

È quindi importante cercare di far comprende ai bambini l’importanza delle emozioni; permettergli di esprimere i propri sentimenti ed i propri pensieri; cercare di stimolare i bambini nella risoluzione dei problemi, nella cooperazioni, nella collaborazione con gli altri e nella creatività; cercare di mostrare ai bambini modelli di comportamento positivi in modo che anche loro si comportino in modo positivo.

Quando arriva il secondo....cosa fare?

 

Penso che per qualsiasi genitore, se desiderato, l’arrivo di un secondo figlio è un regalo bellissimo! Però, già quando il nuovo arrivato è in pancia, ci poniamo un sacco di domande…Come la prenderà il primo? Come si comporterà? Come reagirà? Come glielo diciamo? Dobbiamo fargli più regali? ecc…

È del tutto normale che il primogenito provi gelosia per il nuovo arrivato, bisogna cercare quindi di comprenderla ed evitare le situazioni che possono peggiorarla. Sostanzialmente la gelosia si manifesta in conseguenza alle emozioni di paura ( di essere meno amato) e di insicurezza.

Alcune manifestazioni di gelosia saranno: Regredire in abilità già acquisite, mettere il broncio, essere eccessivamente dipendenti, essere ostili e oppositivi. Il bambino è ancora troppo piccolo per gestire le emozioni forti che la nascita di un fratellino genera, è per questo che avrà bisogno anche del vostro aiuto.

Ecco qualche consiglio:

-  Utilizzare un orsacchiotto o un pupazzetto per mostrare di quali cure e attenzioni avrà bisogno il fratellino. A vostro figlio potrebbe piacere l’idea di avere un bambolotto con cui giocare e fingere che sia il suo bambino piccolo. Cosi, inoltre vi imiterà quando il fratellino sarà nato.

-  E’ molto importante che la notizia del nuovo arrivo venga data da voi genitori  ( e non da nonni, amici,parenti…)

- Non fate coincidere i grandi cambiamenti ( cambio di cameretta, inizio dell’asilo…) con l’arrivo del fratellino! Cercate di programmarli in anticipo.

 

- Spiegate a vostro figlio tutto quello che succederà in anticipo. Che andrete in ospedale per evere il fratellino e che vi rimarrete per qualche giorno, chi si occuperà di lui quando non ci sarete, che tornerete con il fratellino, che tutti starete bene e che lui potrà venire in ospedale a trovarvi.

- Se possibile, prima di andare in ospedale, salutate vostro figlio.

È importante che possa venire in ospedale in modo da può immaginare dove si trova la sua mamma.

- Non obbligatelo a vedere subito il fratellino. Dategli un attimo per ambientarsi, salutatelo e coccolatelo, fategli raccontare cosa ha fatto mentre voi eravate in ospedale. 

- Dare un regalino ( magari dicendo che è da parte del nuovo arrivato) a vostro figlio permetterà di instaurare un rapporto migliore tra i due bimbi. 

- Cercate di evitare che amici, parenti ecc riempiano di coccole il nuovo arrivato lasciando in disparte il più grande. Magari fate venire le persone quando il grande è all’asilo, oppure a fare una passeggiata con il papà.

- Spiegate le cose e rispondete alle domande di vostro figlio in maniera chiara e onesta. Può essere un’idea fargli vedere delle foto di quando era neonato anche lui. Avrà molte domande da farvi, voi rispondete con serenità e raccontategli come era. 

- Cercate di coinvolgere vostro figlio nell’accudimento del fratello ( se ha voglia di farlo). Fatevi aiutare con il cambio del pannolino, a fare il bagnetto, a mettere la crema… per evitare che prenda in braccio il piccolo quando non c’è nessuno fateglielo fare liberamente in presenza di un adulto evitando frasi del tipo “Attento! Non toccare tuo fratello!”

- Quando state per sedervi per dare da mangiare al piccolo assicuratevi che il grande sia già impegnato in qualche attività e tenete vicino qualcosa da bere e da mangiare perché al grande potrebbe venir voglia, anche solo per attirare l’attenzione, di mangiare.

- Cercate di fare le cose con il grande come prima dell’arrivo del piccolo. 

- Coinvolgete il grande. Se quando è presente il grande il piccolo fa un sorriso ditegli “Ma guarda che sorrisone ti ha fatto!” Per lui sarà più facile affezionarsi.

- Il papà può aiutarvi nel far sentire importante anche il primogenito. Può portarlo a fare un giro in macchina, una passeggiata...

- Non usate frasi come “Adesso sei grande…” potrebbe pensare che facendo il bambino piccolo avrà più attenzioni. 

- Se il bambino regredisce in certi comportamenti ( vuole il biberon, si succhia il pollice, vuole mettersi il pannolino…) è del tutto normale. Ogni tanto tenetelo in braccio come un bambino piccolo e cullatelo, il processo di crescita verrà favorito se sa che ogni tanto gli è concesso essere un bambino “piccolo”

- È sempre importante parlare delle emozioni. Chiedetegli come si sente! Fate capire che comprendete le emozioni che prova, siano esse positive o negative. Sapere di essere capito da voi lo aiuterà e ad un certo punto smetterà di  fare cose che esprimono emozioni negative ( per esempio gettare il succo che sta bevendo sul pavimento per attirare la vostra attenzione mentre vi occupate del neonato).

 

 

Ci vorrà un pò prima che si abitui al nuovo arrivato, non sarà facile, ma è importante cercare di limitare la gelosia per evitare che questa cresca con il tempo.

Il relax si può ottenere con una vacanza in qualche località esotica....Ma il segreto per ottenere un benessere duraturo e stabile è coltivarlo ogni giorno.

E RICOMINCIA LA SCUOLA!!!

 

Probabilmente molti genitori tireranno un sospiro di sollievo, i bambini invece saranno meno entusiasti. Arriva Settembre e con esso il solito tran tran, genitori che tornano a lavoro e figli che vanno a scuola. Tornare a scuola per i bambini è proprio come tornare a lavoro per noi adulti! Bisogna però sottolineare che, a causa di una serie di fattori, il rientro a scuola può essere veramente stressante, molto più del lavoro di un adulto. Oltre al cambiamento di grado che avviene di anno in anno spesso i ragazzi cambieranno i compagni di scuola e i docenti. Dovranno quindi superare la timidezza con i compagni e definire nuovi rapporti con i docenti. Quando invece non ci sono cambiamenti di questo genere i ragazzi devono comunque affrontare l’ansia dovuta al rientro, riprendere a rispettare orari definiti e precisi, dovranno ricominciare con esami e verifiche continue e appunto affrontare l’emozione di rivedere i propri compagni o di conoscerne di nuovi.

Ecco a voi qualche consiglio per alleggerire il rientro:

- Cominciare, prima che ricominci la scuola, un recupero graduale dei ritmi veglia-sonno tipici del periodo scolastico. Se durante le vacanze i bambini si erano abituati ad andare a letto a mezzanotte e a svegliarsi alle 11 del mattino, spostare gradualmente questi orari in modo da raggiungere prima del rientro orari più vicini a quelli abituali ( per esempio andare a letto alle 21 ed alzarsi alle 7 del mattino). 

- Parlare con i bambini del rientro imminente. Chiedere che emozioni provano, come si sentono, cosa pensano, di cosa hanno paura. Credetemi parlarne fa veramente bene!

- Preparare lo zaino già il giorno prima, per evitare l’ansia dell’ultimo minuto!

- Se durante le vacanze è nata qualche passione ( andare a fare passeggiate a piedi o in bicicletta, andare in piscina, praticare qualche sport…) cercare di mantenerle anche durante l’anno.

- È utile anche che i genitori stessi diano ai figli la disponibilità a collaborare con loro al fine di fare in modo che la scuola diventi un’esperienza positiva.

- Spiegare ai bambini a cosa serve la scuola, perché ci vanno, in modo da incoraggiarli.

- Quando sono più grandi è bello scegliere con loro i materiali in modo da farli sentire più partecipi

Campanelli d’allarme:

Ma alcuni sintomi non sono legati al semplice rientro, ma possono essere il campanello d’allarme per qualcosa di più serio. Ecco i sintomi da tenere d’occhio:

- Forte e prolungata perdita dell’appetito

- Insonnia

- Angoscia, ansia, malessere.

Questi potrebbero essere i segnali di qualche evento grave che il bambino non ha mai denunciato e che riaffiorano proprio con il rientro a scuola. Il bullismo e le violenze vengono denunciati prima con questi segnali e successivamente con le parole. L’importante è non farsi prendere da allarmismi, parlatene con gli insegnanti e con vostro figlio (è sempre importante parlare), osservate la situazione e se necessario rivolgetevi ad uno specialista.

 

BUON RIENTRO!!!

Viaggiare con i nostri cuccioli? Si può!

 

Viaggiare è favoloso e penso che sia anche un momento di crescita personale. Se viaggiare è una passione perché non condividerla con i nostri bambini? Io stessa ho portato mia figlia, quando aveva 12 mesi, a New York. In sé e per sé per i bambini non è un problema viaggiare, esistono però dei consigli, stilati dalla Società Italiana di Neonatologia, per viaggiare sicuri con i più piccoli.

1) è meglio evitare viaggi nei primi 10 giorni di vita. Il motivo è che in questo periodo potrebbe ancora comparire l’ittero o vi può essere un calo del peso e potrebbero essere necessari dei controlli dal pediatra. Inoltre l’allattamento è avviato da poco, meglio evitare eventuali cambi nelle abitudini di tutti i giorni.

2)   Programmare le vacanze in base alle vaccinazioni obbligatorie in modo da rispettare il più possibile le scadenze di queste ultime.

3)  Non ci sono limitazioni in quanto alle mete, va bene sia il mare che la montagna, l’ideale però è la campagna. La campagna è ideale perché vi si possono trovare dei ritmi regolari e tranquilli ( quello di cui ha bisogno un neonato).

4) Se si và in campagna però occhio agli insetti! Evitare quindi posti in prossimità di stagni e stalle. Gli insetti (zanzare, tafani, pappataci) oltre ad essere fastidiosi possono veicolare malattie.

5) Al mare attenzione alle temperature elevate, esse possono portare ad un rischio di disidratazione. Bisogna quindi tenere il piccolo in ambienti arieggiati e comunque evitare di uscire nelle ore più calde. L’ideale per andare in spiaggia è dalle 8 alle 10 e dalle 17 alle 19.

6) Come capire se il bambino si sta disidratando: se fa poca pipi, ha le mucose secche,  c’è un avvallamento della fontanella anteriore, è irritabile oppure ha molto sonno, vi sono alterazioni della temperatura corporea. Per soddisfare i bisogni di liquidi dei neonati non c’è bisogno di aggiungere acqua alle poppate, il latte materno è sufficiente, se il neonato richiede più spesso di essere allattato accontentarlo.

7)  Evitare luoghi troppo isolati e anche quelli troppo affollati e comunque evitare luoghi lontani da possibilità di soccorso. Scegliere spiagge a misura di bambino.

8) In montagna evitare altitudini sopra i 1500/2000 metri oppure soggiorni molto brevi che non permettono gli adattamenti fisiologici al cambio di altitudine. 

 

ECCO COME FARE LA VALIGIA: 

Se si va al caldo portare vestiti chiari e leggeri, fibre naturali. È importante che le braccia e le gambe rimangano coperte. Portare anche un cappellino chiaro con falda ampia per evitare le congiuntiviti da esposizione solare. Sarà utile anche un maglioncino in filo per proteggere il piccolo dall’umidità delle ore serali.

Durante il viaggio sono senz’altro utili le salviettine imbevute e detergenti antisettici per pulire eventuali oggetti che poi il bambino toccherà, portare una scorta di pannolini e una coperta per l’eventuale aria condizionata.

 

Prodotti per la cura del cucciolo e farmaci:

Pomate contro arrossamenti della pelle, soluzione fisiologica per i lavaggi nasali, un antipiretico (esempio paracetamolo in gocce) previa consultazione del pediatra di riferimento. Prima di partire vi consiglio comunque di parlare con il pediatra che potrà darvi altri consigli utili.

Per evitare le scottature è buona norma ridurre l’esposizione al sole. Quando il bimbo viene esposto al sole utilizzare creme con filtro fisso ( contenenti minerali come l’ossido di zinco o il titanio che riflettono i raggi del sole e ne impediscono la penetrazione).

 Contro le punture degli insetti: la cosa migliore sono le zanzariere. I fornelletti o i repellenti da spruzzare sulla pelle (non adatti prima dei 12 anni) è meglio evitarli.

 

Se si viaggia in auto stare attenti alle temperature. Viaggiare nelle ore più temperate, nelle soste mettere la macchina in ombra e preferibilmente non mettere l’aria condizionata sotto i 22/23 gradi. NON LASCIARE MAI SOLO IL BAMBINO! Fare soste ogni due ore e quando il bambino deve mangiare.

 

Il neonato deve viaggiare nell’ovetto che deve essere conforme alle norme europee (controllare che vi sia la sigla ECE R44-03). Mi raccomando MAI IN BRACCIO quando la macchina è in movimento. 

Per quanto riguarda i viaggi in treno non ci sono problemi anche perché c’è più spazio per muoversi. In aereo invece è meglio aspettare. Se proprio si deve prendere un’aereo è importante far ciucciare il bambino spesso, ma soprattutto nelle fasi di decollo e atterraggio (per ridurre rischio di dolore alle orecchie).

Prepararsi prima sulla presenza di pediatri, farmacie, guardia medica ecc

Ovunque abbiate deciso di andare (Hotel, B&B, Residence) assicuratevi che sia attrezzato e a misura di bambino.

L'allattamento

C’è un argomento che mi preme molto trattare, è un argomento di cui ultimamente si parla molto, ovvero l’allattamento. È strano perché per noi mammiferi dovrebbe essere naturale allattare. Un neonato di poche ore è capace di trovare da solo la strada verso il capezzolo e di attaccarsi. Invece da qualche anno l’allattamento è diventato un argomento su cui discutere, giudicare, fare sentenze e dare consigli. I genitori, le madri soprattutto, sembrano dover ricorrere ad esperti, dottori, libri, programmi televisivi per qualcosa che dovrebbe essere istintivo. Ogni mamma, appena il proprio bimbo nasce, viene bombardata dalle tipiche domande “Lo allatti?”, “ mangia?”, “ quante volte lo attacchi?” e chi più ne ha più ne metta … e da tutta una serie di giudizi “Ma sto bambino sta sempre attaccato, guarda che lo vizi!”, “ Ma come lo attacchi, devi fare cosi …” e anche qui chi più ne ha più ne metta … diventano tutti esperti. Se il bambino viene attaccato “troppo” o troppo a lungo la mamma lo vizia, se la mamma dà al bambino il latte artificiale viene considerata una mamma di serie b. Vengono date linee guida del tipo: il bambino deve ciucciare ogni 3 ore, 15 minuti da un seno e 15 dall’altro! Se si pratica l’allattamento a richiesta il bambino deve attaccarsi quando lo desidera e per il tempo che desidera. La consistenza del latte infatti si modifica durante la poppata stessa passando da più acquoso a più consistente. Se si decide di dare solo 15 minuti per seno si rischia di dare al bambino la parte meno nutriente ed esso rischia infatti di avere sempre fame. Inoltre più il bambino si attacca più il latte viene prodotto quindi è un errore pensare che facendo passare più tempo o facendo “riposare” il seno il latte si accumula (la produzione del latte viene stimolata dalla suzione del bambino).

Ecco una semplice lista, stilata dal ministero della salute, che espone i vantaggi dell’allattamento al seno:

VANTAGGI PER IL BAMBINO: 

• Contribuisce ad una migliore conformazione della bocca 

• Protegge contro le infezioni respiratorie e l’asma 

• Protegge contro le otiti

• Protegge contro la diarrea

• Riduce il rischio di diabete 

VANTAGGI PER LA MAMMA: 

•Aiuta a perdere il peso accumulato durante la gravidanza  

• Riduce il rischio di sviluppare osteoporosi 

• Previene alcune forme di tumore al seno e all’ovaio

 • È gratuito 

• È pratico ( è già alla temperatura giusta ed è sempre disponibile)

 

Ecco alcuni recapiti e siti interessanti su cui informarsi:

- SOS MAMMA: 3316694889

- www.lattematernio.it

- MAMI Movimento Allattamento Materno Italiano www.mami.org

- AICPAM Associazione Italiana Consulenti Professionali in Allattamento Materno www.aicpam.org

- LLL La Leche League Italia www.lllitalia.org

 

- Progetto Nazionale Genitoripiù www.genitoripiu.it

Il linguaggio segreto e meraviglioso dei bambini

Vi siete mai chiesti che “lingua” parlano i bambini? Io me lo chiedevo proprio ieri, di ritorno dalle vacanze su un aereo dove c’erano bambini di varie nazionalità mia figlia di 20 mesi giocava e comunicava con tutti. Tra di loro si capivano e anche non usando delle parole vere e proprie comunicavano. Ovviamente la lingua di origine influenza molto la comunicazione e ovviamente i bambini non parlavano la stessa lingua. Per esempio, una bambina italiana dice “ciao” ad un bambino russo, lui risponde “poka” ( ciao in russo), ma non perché ha capito la parola in sé, vedrà il gesto che avrà fatto la bambina ( ciao con la manina). Torniamo quindi all’importanza della comunicazione non verbale ( vi ricordo le percentuali della comunicazione: 55 % l’influenza della comunicazione non verbale (mimica facciale, gesti, movimenti, postura…)., 38% l’influenza della comunicazione paraverbale (tono, volume, ritmo della voce, ecc.) e 7% l’influenza delle parole vere e proprie.

Secondo uno studio dell’ American Association for the Advancement of Science di Chicago i bambini utilizzano un vero e proprio sistema di comunicazione per comunicare tra loro. Esso consiste in un sistema di gesti ben strutturato, ogni gesto prodotto con le mani o con la testa corrisponderebbe ad un preciso significato. Tale sistema di comunicazione è propedeutico allo sviluppo delle capacità linguistiche. Sempre nello stesso studio hanno dimostrato che, una volta entrati nel sistema scolastica,  i bimbi con un sistema di gesti più ricco a 15 mesi erano gli stessi bambini ad avere un linguaggio verbale più ricco a 6 anni.

I bambini sono molto più fisici nella comunicazione rispetto agli adulti. I bambini, inoltre, sono più spontanei e meno “bloccati” da tutta una serie di sovrastrutture culturali ( al bambino non interessa che non conosce l’altro bambino e che non parlano la stessa lingua lui vuole solo giocare e socializzare).

Notti serene con i vostri cuccioli

 

Quando si ha un bambino uno dei primi grandi cambiamenti nella routine quotidiana, e anche uno dei più difficili a cui abituarsi, riguarda il sonno. Ci si sente spesso fortunati quando si riesce a dormire 4 ore di fila ( rispetto alle 8 a cui eravamo abituati). Ecco qui qualche piccolo consiglio ambientale ed alimentare per cercare di rendere le notti più tranquille. I primi tre consigli vengono dati anche dai pediatri per prevenire i SIDS (morte in culla).

- Temperatura: In inverno la temperatura in casa deve essere tra i 18 e i 20 gradi. Non coprite troppo il bambino sarà sufficiente un pigiamino ed una coperta. Non bisogna usare cappelli e cuffiette. 

- il bambino deve essere tenuto lontano da qualsiasi tipo di fumo ( sigarette, sigari, stufe o camini) ed eventualmente bisogna aerare la stanza prima di farci dormire il bambino. 

-  Neonati o lattanti non devono mai dormire di fianco o pancia sotto, ma solo sulla schiena. 

- Prima di far fare la ninna al bambino si deve fare qualcosa che faciliti il rilassamento . Per esempio leggere storie, abbassare le luci, spegnere la tv…. evitare di eccitarlo con giochi, corse ed altro.

-  Parlare con il bambino e spiegare cosa succede di notte mentre lui dorme e cosa succederà quando si sveglierà, va rassicurato.

- Non sovreccitare il bambino durante la giornata con tanti stimoli. L’ambiente che lo circonda abitualmente è già ricco di stimoli adatti alla sua crescita.

- Tenere sempre conto di quello che è successo durante il giorno. Se la sera siete stati a cena da amici con bimbi piccoli il bambino sarà più eccitato rispetto a quando non uscite. La qualità del sonno potrebbe quindi subire variazioni.

- Ascoltare il bambino. Se vediamo che ha delle difficoltà cerchiamo di fornire delle rassicurazioni.

A LIVELLO ALIMENTARE:

CIBI SI:

- Latte materno. Oltre a contenere tutto ciò di cui ha bisogno il bambino, ne favorisce anche l’addormentamento.

- Formaggio.

- Latte.

- Carne di vitello.

- Uova.

- Carboidrati.

- Cibi contenenti calcio.

Tutti questi cibi favoriscono la sintesi di triptofano che è un amminoacido naturale precursore della dopamina.

 

CIBI NO, o per i quali bisognerà limitare le dosi:

- Cibi son zucchero bianco raffinato, coloranti, additivi artificiali. ( possono abbassare i livelli di glicemia e quindi provocare risvegli)

- Cibi che contengono glutammato monosodico e aspartame. ( iperstimolano le cellule nervose).

esempi: salumi ( prosciutto cotto), bibite zuccherate, cibi pronti, merendine, patatine, snack,bibite zuccherate e light.

- Cibi con mercurio ( può influire sul sistema nervoso) in particolare tonno, salmone e pesce spada.

 

Buon riposo a tutti, grandi e piccini!

COMUNICAZIONE EFFICACE CON I BAMBINI

Quanto è importante avere una comunicazione efficace? Tanto!!! E se è tanto importante con gli adulti che ne pensate dei bambini? Spesso i bambini vengono sottovalutati e molti pensano che non capiscono nulla perché sono piccoli …. Lo so che non tutti lo fanno ma quante volte sentiamo adulti che dicono ai più piccoli “ Stai zitto, non capisci, faccio io che tu non sei capace” e ho sentito anche di peggio ….Spesso i segnali dei più piccoli ( siano essi vere e proprie parole o altri tentativi di comunicare come pianto, lallazione e parole inventate) vengono ignorati perché considerati di poca importanza o perché in contrasto con le nostre idee di educazione ( per esempio lasciare il bambino piangere da solo nel suo letto perché deve abituarsi a dormire da solo piuttosto che con i genitori). Frustrare le richieste dei bambini per “renderli indipendenti” non farà che realizzare l’opposto creando degli adulti insicuri e con bassa autostima.

 

Gerhardt S. ( Perché si devono amare i bambini, 2005) afferma infatti che “Quando i genitori reagiscono ai segnali dei loro bambini, stanno partecipando a molti importanti processi biologici. Stanno favorendo la maturazione del sistema nervoso del bambino in modo che non venga sopraffatto dallo stress. Stanno favorendo il consolidamento delle catene dei bioaminoacidi a livello moderato. Stanno contribuendo alla costituzione  di un sistema immunitario robusto e di una buona capacità di reagire allo stress. Stanno anche favorendo la costruzione della corteccia prefrontale del bambino e la sua capacità di conservare informazioni, riflettere sui sentimenti, trattenere gli impulsi che saranno una parte vitale della sua futura capacità di comportarsi socialmente .”

 

Il tipo di comunicazione che si instaura tra genitori e figli è del tipo complementare ovvero vi è una gerarchia. In una società basata sulla gerarchia tendenzialmente i valori che vengono passati ai figli sono quelli della disciplina, obbedienza, autorità, dare ordini e limitare l’iniziativa e l’espressione personale di chi è subordinato.  Si creeranno quindi dei conflitti e verrà stabilito chi vince e chi perde. Vi sono quindi due situazioni principali conosciute da tutti : il genitore vince e il figlio è sottoposto oppure il figlio vince e quindi il genitore viene considerato permissivo  e il figlio viziato e maleducato.

 

Gordon propone il “metodo senza perdenti” in cui vengono rispettati i sentimenti ed i bisogni di tutti gli interlocutori. Il concetto è che sia i genitori che i figli debbano esprimere i rispettivi bisogni e sentimenti in modo da trovare insieme delle soluzioni per arrivare a dei compromessi che stiano bene a tutti e in cui vi sia un rispetto reciproco. Con questo metodo i bimbi apprendono dall'esperienza più che da un sapere già preconfezionato. Per esempio, i bambini stanno giocando nel salone strillando e mettendo disordine. Arriva la madre inferocita gridando che non ne può più e che devono finirla e mettere tutto in ordine. Cosa succederà? Forse i bambini metteranno in ordine, ma l’atmosfera che regnerà sarà di rabbia e di frustrazione. Se invece la madre si avvicinasse ai figli dicendo con tono calmo che ha avuto una giornata pesante, che è tanto stanca e che sarebbe bello se i bambini la aiutassero mettendo tutto in ordine. Non sarebbe meglio? In questo modo i bambini riuscirebbero anche a sperimentare l’empatia e a capire meglio i motivi per cui devono mettere in ordine ( o qualsiasi altra richiesta fatta dall'adulto). 

Ricordiamoci inoltre che quando comunichiamo ( con chiunque) non dobbiamo solo essere capaci di inviare un messaggio, ma dobbiamo essere anche capaci di ascoltare ( solo in questo modo si può parlare di comunicazione).

La comunicazione ai tempi di What's App

Abbiamo recentemente parlato di come si può trasformare la semplice comunicazione in comunicazione di qualità. È vero però che negli ultimi anni, soprattutto con l’arrivo di What’s App, Messenger e altre forme di chat la comunicazione in generale è molto cambiata. A tratti migliorata perché effettivamente posso comunicare in tempo reale con i miei amici ovunque essi siano  ( Parigi, Sydney, New York, Singapore e chi più ne ha più ne metta), ma da un altro lato i rapporti umani sono peggiorati ( posso parlare con il mio amico di New York, ma trascuro il mio amico che è seduto affianco a me al ristorante).  La chiacchierata al telefono è drasticamente calata, la chiacchierata vis à vis ormai è considerata obsoleta! Ma ripartiamo un secondo dalla comunicazione per capire cosa comporta questa prevalenza nell’uso di una comunicazione prettamente scritta.

Le percentuali della comunicazione: Secondo le ricerche dello psicologo statunitense Albert Mehrabian il linguaggio del corpo (non verbale) influirebbe sull’interlocutore per il 55%,  la voce (paraverbale) per il 38 % e il contenuto ( verbale) per il 7%. Quindi tutto ciò che è espressione del viso, movimenti delle mani e del corpo, movimenti degli occhi, tono della voce, volume della voce  ( il 93% della comunicazione)  non viene colto. Quante volte tramite What’s App si scatenano liti ed incomprensioni a causa di un messaggio male interpretato? Voi mi direte “ma ci sono le faccine che compensano”…in realtà le faccine fanno ben poco. Se io dico ad una persona “Ma che stai dicendo?” ridendo o se lo dico urlando e aggrottando la fronte i significati sono ben diversi. La faccina non sostituisce il tono e il volume della voce, non sostituisce il tremore nella voce quando si è emozionati, il rossore involontario sul viso, la pelle d’oca, i movimenti del corpo e le espressioni di stupore, sorpresa e gioia involontarie.

Le nuove tecnologie sono utili continuo a sostenerlo, ma penso che forse dovremmo fare un passo indietro. Nel momento in cui non gioco con mio figlio che è a due passi da me, non guardo negli occhi il mio fidanzato mentre ceniamo, ognuno dei commensali di un incontro tra amici è rinchiuso nel suo mondo virtuale…stiamo distruggendo, invece che facilitarle, le relazioni sociali.

La terapia cognitivo comportamentale

La Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) è una psicoterapia relativamente recente, sviluppata negli anni ’60 da A.T. Beck. È una terapia strutturata, direttiva (il terapeuta diventa per il paziente un consigliere), di breve durata e orientata principalmente  al presente, senza ovviamente tralasciare il passato.

L’obiettivo è fare in modo che tutte le credenze o pensieri distorti, i comportamenti disfunzionali e le emozioni negative che portano al malessere, vengano modificate in modo da ottenere un benessere stabile e duraturo.

Il modo migliore per ottenere tali risultati è in primo luogo aiutare il paziente ad identificare i pensieri disfunzionali e a valutare la loro realisticità. Mettere in luce ed identificare i pensieri disfunzionali o le interpretazioni distorte già permette di attenuarne la potenza. Valutare in maniera più realistica determinati eventi permette già di per sé di migliorare l’umore ed il comportamento.

La Psicoterapia Cognitivo Comportamentale agisce sui pensieri automatici ( quei pensieri che attraversano la mente in maniera fulminea e sono superficiali), sulle credenze intermedie ( assunzioni, principi e convinzioni disfunzionali) e sulle credenze di base ( regole, convinzioni apprese in infanzia e adolescenza, sono le più profonde e quindi le più rigide)

Nella terapia cognitiva comportamentale si crea un’alleanza tra paziente e terapeuta per risolvere il problema. È importante che la collaborazione e la partecipazione del paziente siano attive. La terapia cognitivo comportamentale è orientata all’obiettivo e focalizzata sulla risoluzione del problema. Il paziente fissa gli obiettivi con il terapeuta per cercare di capire cosa ostacola la loro soluzione. La terapia inoltre insegnerà al paziente ad essere indipendente proprio per prevenire le ricadute. 

Vi sono varie tecniche che vengono utilizzate dalla terapia cognitivo comportamentale, alcune di queste sono:

DESENSIBILIZZAZIONE SISTEMATICA

TRAINING ASSERTIVO

RILASSAMENTO

MODELLAMENTO

La Comunicazione: cosa è e come renderla migliore.

La comunicazione consiste nell’utilizzazione di un codice per la trasmissione di un messaggio tra un emittente e un ricevente.
Esistono 15 fattori che possono definire una comunicazione di qualità:
PRIMA DEL PROCESSO SI COMUNICAZIONE:
1) DISPONIBILITÀ DEL RICEVENTE:
Il ricevente sospende la sua attività per prestare attenzione all’emittente.
2) OPPORTUNITÀ DELL’INIZIATORE (contesto e situazione):
a) L’iniziatore deve osservare che lo stato d’animo del ricevente sia adeguato al contenuto della comunicazione.
b) Che lo stato d’animo dell’iniziatore sia adeguato (calmo e rilassato).
c) Che l’attività del ricevente non sia incompatibile con la comunicazione.
d) Che vi sia corrispondenza del contesto ambientale. Spazio e territorio senza interferenze, rumori o fastidi. Tempo a disposizione sufficiente.
 
DURANTE IL PROCESSO:
 
3) SVUOTARSI PER L’ACCOGLIENZA:
Liberarsi dei contenuti e delle emozioni prima del processo di comunicazione attuale.
4) EMPATIA PROSOCIALE:
a) Risposta di Feedback caratterizzata dall’espressione di stare procedendo secondo una prospettiva dell’altro, comprendendo secondo le sue coordinate concettuali (empatia cognitiva).
b) Risposta di feedback su ciò che si sta sperimentando, sulle proprie emozioni (empatia emozionale).
c) Utilizzo della domanda per animare l’interazione e per meta comunicare interesse verso l’altro.
5) VIVERE IL PRESENTE PIENAMENTE:
a) Liberarsi da pregiudizi e stereotipi sulle altre persone alimentati dall’esperienza o ricordi della stessa in altre situazioni o momenti.
b) Vivere il “qui ed ora” della comunicazione che significa centrare tutta l’attenzione a disposizione nella realtà razionale attuale.
Le allusioni o contenuti del passato o a piani per il futuro non devono mascherare la relazione attuale, ma arricchirla.
6) CONFERMA DELL’ALTRO:
a) Riconoscere l’altro come persona e possessore di dignità.
b) Riconoscere l’altro come fonte di comunicazione, di informazioni e meritevole di attenzione ed interesse.
c) Uso del sorriso come accoglienza positiva all’interlocutore.
 
7) VALORIZZAZIONE POSITIVA.
a) Valorizzazione positiva dei comportamenti altrui. Elogi.
b) Attribuzione positiva rispetto a capacità e comportamenti possibili altrui.
c) Valorizzazione positiva dei contenuti e del processo di comunicazione.
 
8) ASCOLTO DI QUALITÀ.
a) Determinazione nell’adottare atteggiamenti e condotte di pieno ascolto che iniziano con la volontà di “essere il primo ad ascoltare” (nel senso di preferenze ed esecuzione).
b) Manifestazioni esterne e comportamento di ascolto:
- Contatto oculare.
- Espressione verbale coerente con il tono e i contenuti.
- Postura di accoglienza: volgendo il corpo verso l’emittente.
- Distanza adeguata.
- Tranquillità, con assenza di movimenti ansiosi.
- Ratificazioni non verbali che riflettano ciò che si ascolta (es. Inclinazione della testa) mantenendo la fluidità del ritmo.
- Controllo delle adeguate pause interpersonali.
 
9) EMISSIONE DI QUALITÀ.
a) Tono e intensità della voce adeguati (secondo il criterio del ricevente).
b) Adeguata velocità nelle parole. Pause personali.
c) Manifestazioni esterne e comportamentali:
- Contatto oculare.
- Orientamento del corpo verso il ricettore.
- Espressione facciale e gestuale coerente con il contenuto verbale.
- Animazione del volto, bocca e occhi.
- Distanza adeguata.
d) Assertività. Espressione di fiducia e sicurezza, facilitata dall’ascolto
dell’interlocutore, che permette la manifestazione e l’affermazione di sé stesso
mediante la proprietà o dominio delle parole e concetti utilizzati.
 
10) ACCETTAZIONE DEL NEGATIVO.
a) Capacità ad assumere, accettare rischi, atteggiamenti, condotte, contenuti
dell’altro, che il soggetto vive come negativi, in modo che non interferisca nella
comunicazione in corso.
b) Accettazione di ciò che gli altri considerano come negativo del soggetto,
essendo questo capace di assumere la propria responsabilità, senza che
interferisca nella comunicazione in corso.
d) Superamento emozionale dei propri stati fisici, psichici negativi, per
dinamizzare la relazione positiva, prosociale, in funzione dell’altro.
 
FATTORI DI CONTENUTO:
11) AMPIEZZA DEL REPERTORIO DEI TEMI.
a) Proposito condiviso e realizzato al momento di introdurre contenuti nuovi a
misura che aumenta la convivenza.
b) Ambito di comunicazione rispetto agli "inputs" e sua risonanza nell’ambito
psichico interiore, percepiti durante la vita quotidiana.
Specialmente quelli provocati : dalle letture, i mezzi audiovisuali, le manifestazioni
artistiche e la contemplazione della natura in generale.
 
12) SUFFICIENTE QUANTITÀ DI INFORMAZIONE.
a) Quantità sufficiente di informazione trasmessa in ogni comunicazione.
 
13) APERTURA E RIVELAZIONE DEI SENTIMENTI.
a) Espressione frequente di sentimenti positivi di: Gradimento, ringraziamento, desideri…
b) Espressione non frequente di sentimenti negativi : disgusto, scoraggiamento, irritazione, rimproveri. Riferiti a contenuti in cui non è implicato l’interlocutore o che non lo feriscano.
c) Rivelazione cauta e solo in momenti adeguati, dei sentimenti negativi di rimprovero ed irritazione relative alle condotte dell’interlocutore.
Assumere la proprietà di tutti i sentimenti. Imprescindibile farlo
Personalmente evitando l’accusa diretta dell’altro. Uso dell’"Io mi sento
disgustato per ....(lista di comportamenti altrui molto concreti e determinati e no
caratteristiche stabili o invariabili)...".
d) Evitare assolutamente rimproveri sull’andamento.
 
FATTORI DI META-COMUNICAZIONE:
14) VERIFICA E CONTROLLO DEL PROCESSO COMUNICATIVO.
a) Presenza dei messaggi di meta comunicazione che siano congruenti con la trasparenza, conferma dell’altro e controllo della comunicazione in corso.
Frequenza di frasi o messaggi “annunziatori”, precedenti l’intervento, che chiarifichino e contestualizzino ciò che si dice in un contesto.
b) Coscientizzazione rispetto al processo e alle regole della comunicazione, espresso in condotte regolatrici.
c) Regole accettate dall’interlocutore.
15) VERIFICA DEI SIGNIFICATI MUTUI. DISTANZA SEMANTICA.
a) Conoscenza del mondo dei significati propri e dell’interlocutore, specialmente
riferito alla risonanza emozionale delle parole e dei concetti
usati frequentemente e che intervengono in situazioni conflittuali.
(Distanza semantica)
 
 
Esistono poi diverse tecniche ( oltre al tenere conto i fattori precedentemente elencati) che permettono di migliorare la comunicazione con gli altri e il proprio rapporto con gli altri. Queste tecniche sono trattate nella terapia cognitiva comportamentale nel training affermativo. Esso spiegherà al paziente i suoi diritti affermativi, oltre alle tecniche per fare dei complimenti, fare ed accettare delle critiche, fare delle richieste, come dire di no in maniera efficace sia per l’emittente che per il ricevente.

L'ansia, cos'è e come possiamo sconfiggerla.

 Spesso si parla di "Ansia". Ma sappiamo tutti esattamente che cosa è? E soprattutto come combatterla?

Definire l’ansia non è semplice in quanto comporta una varietà di sintomi, disturbi e forme.

Secondo l’American Psichiatric Association (1994), l’ansia è “L’anticipazione apprensiva di un pericolo o di un evento negativo futuro, accompagnata da sentimenti di disforia o da sintomi fisici di tensione. Gli elementi esposti al rischio possono appartenere sia al mondo interno che a quello esterno” (APA, 1994; cit. in: Franceschina et al., 2004, p. 213).

 

A differenza della paura, nell’ansia non vi è la presenza di uno stimolo specifico che ne evoca la risposta.

 

I principali disturbi d’ansia sono ( Secondo il DSM-IV TR):

• Attacchi di panico.

• Agorafobia.

• Disturbo di panico senza agorafobia.

• Agorafobia senza anamnesi di disturbo di panico.

• Fobia specifica.

• Fobia sociale.

• Disturbo Ossessivo-Compulsivo.

• Disturbo Post Traumatico da Stress.

• Disturbo d’Ansia Generalizzato.

 

I principali sintomi ( generici):

• Irrequietezza

• Disagio

• Attivazione elevata

• Tensione muscolare

• Difficoltà a deglutire

• Difficoltà di concentrazione

• Irritabilità

• Stanchezza.

Ma come possiamo provaarre di sconfiggerla?

La terapia cognitivo comportamentale è il trattamento più indicato nei disturbi d’ansia. In terapia, dopo aver analizzato quale è il problema specifico, si procederà con il monitoraggio dell’ansia che affligge il paziente e successivamente si tenterà di diminuire tale ansia ( attraverso, per esempio, la desensibilizzazione sistematica agli stimoli ansiogeni).

La desensibilizzazione sistematica ( che affronteremo la prossima volta in maniera più dettagliata) consiste nell'affrontare gli stimoli ansiogeni in maniera graduale e con l'aiuto del terapeuta.

 Sarà molto utile, in alcuni casi, il training di rilassamento che permetterà di abbassare la tensione. In altri casi, soprattutto quando l’ansia è associata a situazioni di natura sociale, sarà buona prassi associarvi un training assertivo per fortificare le competenze sociali del soggetto.

 

Con l'aiuto di queste tecniche tenteremo di trasformare ciò che prima creava ansia in uno stimolo innoquo o poco importante.

Gli attacchi di panico

Cosa sono gli attacchi di panico?
  1. Il panico è un episodio di intensa paura ad esordio improvviso. Di solito è accompagnato da spiacevoli sensazioni corporee, difficoltà di ragionamento e la sensazione di una catastrofe imminente.
  2. Durante un attacco di panico c’è un’attivazione di entrambi i sistemi SIMPATICO e PARASIMPATICO.
    È una reazione paradossale, non lineare rispetto all’attivazione simpatica.
  3. ...
  4. L’attacco di panico non è presente in tutti i disturbi d’ansia, pure i pazienti ossessivo compulsivi sostengono di averli, ma in realtà sono attacchi di ansia acuti a livello parasimpatico. L’attacco di panico è presente solo nel disturbo da attacchi di panico.
  5. L’ansia anticipatoria fa parte dell’attivazione simpatica, ma spesso questo disturbo non ha ansia anticipatoria.
  6. In genere l’attacco di panico si manifesta in situazioni di malessere fisico.
    Magari non vi è l’ansia anticipatoria, ma una situazione di malessere precedente.
  7. L’attacco di panico è un eccesso di paura che porta ad uno stato di ansia di fondo e poi porterà ad altri attacchi di panico.
    In realtà esiste una vulnerabilità: La persona che vive un evento traumatico con iperstima della vulnerabilità ed iperstima della impossibilità di sopportare quell’evento. Non sempre però c’è un evento traumatico che sviluppa la fobia.
  8. Caratteristiche dell’attacco di panico:
  9. • Durata: 5-20 minuti.
    • Prevedibilità: Vi possono essere sia attacchi improvvisi sia attacchi prevedibili ( ansia anticipatoria).
    • Sintomi fisici: accelerazione del battito cardiaco, sudorazione, dispnea, vertigini, giramenti di testa, dolore al petto, debolezza, nausea, tremore.
    • Pensieri: Paura di morire, di perdere il controllo, di perdere coscienza, paura di pericolo imminente, sensazione di sentirsi in trappola.
  10. Il DSM-IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) li definisce come Episodi di panico ripetuti, alcuni dei quali inaspettati, almeno uno seguito da preoccupazioni persistenti ( per più di un mese) di avere un’altra crisi.
    Deve esserci inoltre la presenza di almeno 4 delle seguenti sensazioni:
  11. 1. Dispnea
    2. Vertigini o debolezza.
    3. Aumento della frequenza cardiaca.
    4. Tremori leggeri o grandi scosse.
    5. Soffocamento.
    6. Sudorazione.
    7. Mal di stomaco o nausea.
    8. Sensazione che l’ambiente e le persone non siano reali.
    9. Intorpedimento.
    10. Calore o brividi.
    11. Paura di morire, impazzire o di perdere il controllo.